Il campione di educazione che mancherà
L’articolo di Paolo Mantovan su “Il Trentino”
15.05.2012 – A prescindere dalla “fede” calcistica di ognuno di noi ritengo che l’articolo su Alex Del Piero, scritto da Paolo Mantovan e pubblicato su “Il Trentino” di oggi, evidenzi molto bene le qualità di un campione che dovrebbero essere di esempio per i ragazzi-calciatori di oggi. (GO)
IL CAMPIONE DI EDUCAZIONE CHE MANCHERA’ AI NOSTRI FIGLI
Le donne, all’apparenza e quasi all’unanimità, ritengono il calcio una delle più stupide passioni dei maschi.
Eppure domenica ho visto donne versare lacrime per l’addio di Del Piero.
Ecco, la cosa straordinaria di Del Piero è proprio questa: che tutti, uomini e donne, lo hanno considerato un campione assoluto nell’esempio. Ed è per questo che ci mancherà. È l’italiano che vorremmo. È il campione che sa di essere campione e che cerca di essere normale invece che straordinario o furbo o arrogante o pigro o mascalzone. Del Piero è la buona educazione, la “buena educación”. E la sua straordinarietà è che lui è stato così nonostante abbia vissuto nel brodo di questi anni furbi, arroganti e mascalzoni. Perché in questi anni al campione, ai campioni noi tutti abbiamo permesso tutto. La verità è che tutto comincia quando si è ragazzini. Vi faccio un esempio chiarissimo. Domenica mattina ero affacciato su un campo di pallone e guardavo una partita della categoria allievi (16-17 anni). In una delle due squadre c’era un ragazzo che sbraitava sempre, lanciava epiteti e parolacce agli avversari e ai compagni di squadra, ma aveva il “vantaggio” di essere bravino (calcisticamente parlando). E così, quando l’arbitro s’è stufato ed è uscito un cartellino giallo, il ragazzo continuava a protestare e l’allenatore dalla panchina gli ha urlato: “Alla fine dell’azione ti faccio uscire”. “No, esco io da solo” ha tuonato il ragazzo con quel broncio da calciatore incompreso (e chi sei?) dirigendosi a lunghe falcate marziali verso la panchina. L’allenatore, appena il ragazzo si è avvicinato, l’ha rimproverato sottovoce e poi, mentre il ragazzino insisteva a volersene uscire, lo ha rispinto in campo: “Dai, vai” gli ha detto. Ecco. Qui finisce l’autorevolezza dell’allenatore. E qui comincia l’arroganza del calciatore. Che è un calciatore-bambino. Che è un ragazzo che si sta preparando alla vita. Del Piero era il contrario di tutto ciò ed era l’esempio. Del Piero ha sempre ricordato a tutti, con l’esempio, che il mondo vale quando c’è il rispetto degli avversari, dell’arbitro, dell’allenatore, del pubblico, in una parola: dell’altro. Rispetto non vuol dire non essere competitivi. Perché Del Piero è stato competitivo all’ennesima potenza. Domenica lo stadio s’è fermato quando lui è uscito dal campo. E per 15 minuti, mentre il campione faceva il giro del campo, lo ha applaudito, in piedi, disinteressandosi della partita. Anche in questo caso lui ha dato l’esempio. Che non è un ragazzino viziato, che piange perché sta lasciando quel mondo delle favole e della gloria. Del Piero non ha versato lacrime: con ciò non va sminuita l’emozione di tanti altri giocatori che hanno lasciato una maglia o il gioco del calcio (in una triste domenica degli addii). Certo che lui, Del Piero, è stato di “un altro lontanissimo pianeta”. Ha alzato le braccia al cielo, ha continuato a guardare il pubblico, con fierezza, senza lacrime, con la “smorfia” del sorriso. E poco prima aveva fatto la sua linguaccia, quella che vorrebbe dire sono impertinente anch’io ma lo faccio solo se segno un gran gol. In questo, forse, lui è stato straordinario, in tutta la sua carriera: nel non lasciarsi andare alle facili seduzioni del protagonismo. Di altri grandi campioni ricorderemo anche gli sputi, i calcioni da dietro, le testate, i ceffoni o gli spari (addirittura) contro i fotografi. Segnali di una malattia che non riguarda soltanto loro. È che sono nati campioni e noi abbiamo lasciato che quei “bambini infiniti” facessero quel che volevano: no, non uscire dal campo, tornaci perché sai giocare meglio degli altri. E Del Piero, il marziano, o forse l’uomo antico, ci ha spiegato quanto è più “grande” essere normali, accettare ed affrontare le sfide della partita della vita. Non ha fatto soltanto gol Del Piero: ha patito gravi infortuni, esclusioni importanti, ha sofferto per contestazioni dure in nazionale lui (unico con Buffon) ha fatto tutto il percorso della Juve dalla polvere della B all’altare dello scudetto ritrovato. E si è rialzato ogni volta. Domenica l’applaudivano tutti. E mentre salutava il pubblico è sembrato un esempio importante anche a chi il calcio lo guarda distrattamente. Perché tutti conoscono Del Piero. Perché è un bravo italiano, uno che possiamo andarne fieri. Perché è l’eleganza dell’educazione. Perché i nostri ragazzi non avranno più un Del Piero davanti ai loro occhi.
Perché lo sappiamo che ci mancherà.
(1)